“Avevo una fattoria in Africa…” Ci sono scrittori segnati da uno strano destino e cioè quello di scrivere un’opera che offusca e nasconde tutte le altre, pur pregevoli, che hanno scritto. E’ successo a Salinger con “Il giovane Holden”, a Hesse con “Il lupo della steppa” e anche Karen Blixen non è sfuggita a questa sorte; tutti la ricordano per “La mia Africa” pubblicato nel 1937 , racconto autobiografico dei suoi anni in Kenya, forse anche per l’effetto mediatico del film che ne trasse Sydney Pollack, con Meryl Streep e Robert Redford, che fece incetta di Oscar collezionando ben sette statuette. Ma Karen Blixen scrisse molto più di questo, pur splendido, diario. Aveva cominciato a scrivere e pubblicare già nel 1907 con lo pseudonimo di Osceola ed ha continuato a pubblicare con il cognome da sposata (Blixen, appunto) o con il suo nome di nascita, Isak Dinesen, per tutta la sua vita che ebbe termine nel 1962. Fu ripetutamente candidata al Nobel per la letteratura ma non lo vinse mai; la pubblicazione degli archivi – nel 2010- ha rivelato che i giurati temevano di essere accusati di favoritismo verso gli autori scandinavi. Tra le ultime opere pubblicate, nel 1958, figura una raccolta di 5 racconti intitolata “ Capricci del destino” tra i quali ne figura uno scritto nel 1950 che è un piccolo capolavoro : “Il pranzo di Babette”. Anche da questo fu tratto un film di grande successo di pubblico e critica : vinse un Oscar come miglior film straniero ed ottenne una menzione speciale al Festival di Cannes. La vicenda racconta di una donna francese che, perseguitata dalla Comune di Parigi che la ha ucciso marito e figlio, trova rifugio presso due anziane e nubili sorelle delle quali diventerà cuoca e governante prestando anche il suo aiuto nelle attività di beneficenza delle due religiosissime signorine. Dopo una vincita alla lotteria, Babette chiederà alle sue ospiti di poter organizzare il pranzo in occasione del centenario della nascita del loro defunto padre, pastore protestante e già guida spirituale dell’intera comunità. Una comunità educata alla frugalità, alla rinuncia, abituata a considerare la bellezza e il gusto un orpello inutile che allontana dallo spirito. Babette realizzerà un pranzo sontuoso che toccherà il cuore dei convitati; per la prima volta nella loro vita assaggiano pietanze raffinate, scoprono nuovi e delicati gusti che avvolgono il palato, inondano le narici, accarezzano la lingua. E dalla bocca, la meraviglia arriverà alle corde più profonde dell’anima, i vecchi rancori che corrono tra gli invitati si scioglieranno come neve al sole e gli anziani partecipanti si ritroveranno a danzare tutti insieme sotto le infinite stelle di una notte magica. Durante il brindisi , il Generale Lowenhielm – il più autorevole degli ospiti- si troverà a dire che “a quel pranzo rettitudine e felicità si sono baciate” e racconterà della mitica cuoca del Café Anglais di Parigi che commuoveva con i suoi piatti. Scopriremo che quella cuoca è proprio Babette che, per sentirsi nuovamente un’artista, ha speso tutta la vincita per realizzare quel pranzo perché “un artista non è mai povero”. Qualche critico sostiene che questa sia l’unica opera letteraria in cui l’alta cucina sia protagonista; in realtà è molto di più. Quest’opera parla di generosità e bellezza, di convivialità e di come condividere la tavola sia un modo incantevole di dividere emozioni e pensieri con gli altri, parla di letizia e di gioia perché la rettitudine non deve necessariamente comportare l’austerità e la tristezza. E’ un racconto, insomma, che ci racconta della grazia e di come, a volte, possa giungere al nostro cuore attraverso il palato. E, come avrete intuito, tra tutti i libri "gastronomici" che ho letto (e ne ho letti tanti) è certamente uno dei miei preferiti!
