Alzi la mano chi non ha divorato avidamente le pagine de “I tre moschiettieri” nell’attesa impaziente di “Vent’anni dopo”; e chi non ha sofferto per l’ingiustizia patita dal giovane Edmond Dantes e gioito per il suo ritorno come angelo vendicatore nelle vesti de “Il Conte di Montecristo”. Distratti dalle vicende appassionanti e storditi dall’intreccio narrativo magari non abbiamo colto, in queste pagine, i tanti indizi, pure presenti, che conducono all’ultima opera di Alexandre Dumas: “Il grande dizionario di cucina”, opera monumentale, pubblicata postuma nel 1873, curatori Leconte de Lisle e Anatole France. Dumas era un gran mangiatore e un gran narratore. Rimasto orfano di padre all’età di tre anni, era cresciuto nell’albergo del nonno materno, il cui ristorante godeva di grande reputazione. Un’infanzia tra i fornelli, la caccia e la pesca che, certamente, influenzerà la sua passione per la gastronomia. E già nei “Memoires” e nelle “Impressions de voyage”, Dumas racconta i luoghi visitati anche attraverso i cibi che va conoscendo e gustando; e ancora nelle “Lettres sur la cuisine a un prétendu gourmand napolitain” e nelle “Causeries culinaires”. Ma solo nel 1869 quest’opera prende definitivamente forma; "Voglio chiudere - diceva spesso - la mia opera letteraria di cinquecento volumi con un libro di cucina". Il Dizionario comprende oltre 3000 ricette accompagnate, alla sua prima uscita, da oltre 500 illustrazioni, molte delle quali opera di Gustave Doré; presenta una voce per ciascun ingrediente da “abavo” (un albero etiope il cui frutto somiglia alla zucca e può essere analogamente impiegato in cucina) a “zucca lunga”; e di ciascuno, l’autore illustra storia e provenienza, suggerisce modalità d’utilizzo e conservazione, condisce con aneddoti e citazioni letterarie. Dumas dimostra grande conoscenza e competenza; cita con naturalezza frutti esotici come l’abdelavis, un melone egiziano, e alimenti comuni come il burro, descrive con dovizia di particolari la lavorazione del cacao e la pesca straordinaria di due storioni definiti “mostruosi”: uno pesava 162 libbre (73 kg circa) e l’altro 187 (85 kg circa). Ancora, non nasconde di attingere ai grandi classici della scrittura gastronomica da Apicio a Brillat-Savarin, da Francois de la Varenne ad Antoine Careme; lo scopo di Dumas era quello di ripristinare l’ordine, di educare e codificare il gusto, di creare una nuova lingua gastronomica dopo che “la Rivoluzione aveva ucciso i grandi signori, le grandi tavole, le grandi maniere”. Insomma questo libro è un grande classico che educa non solo al cibo, ma soprattutto alla cultura del cibo; perché, come scrisse Dumas, “cucinare è dare e darsi”.
